Archivio della Società romana di storia patria vol. 147 I e II (2024) – PDF Completo

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Codice ISSN: 0391-6952

Codice DOI: 10.61019/ASRSP_147_I


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INDICE

Irene Avola

Un nuovo mito di Roma nella cultura fascista. Il Museo dell’Impero Romano (1927), la Mostra Augustea della Romanità (1937-1938) e l’esempio delle Galliae

L’idea di Roma antica e della romanità può considerarsi un esempio di «invenzione della tradizione» (Hobsbawm, Ranger 1983). Quest’idea – elevata al rango di mito – si intreccia infatti al processo di costruzione dell’identità nazionale e legittima scelte o autorità politiche in tutta Europa. Prendendo in considerazione l’Italia, si può citare a titolo d’esempio la lettura fascista di questo mito, con i suoi corollari del «primato», della «continuità», della «missione imperiale» (Canfora 1976). Una testimonianza materiale di questo mito può esser individuata nel Museo dell’Impero Romano che, prendendo come modelli il Römisch Germanisches Zentralmuseum di Mainz e il Musée des antiquités nationales de Saint-Germain-en-Laye, offre una soluzione espositiva stabile alle collezioni di calchi della Mostra archeologica del 1911. Queste collezioni diventano poi uno strumento a supporto dell’ideologia fascista rispettando pienamente il corollario della «missione imperiale», come testimonia il caso delle Galliae nella Mostra Augustea della Romanità del 1937-1938.

A new myth of Rome in Fascist culture. The Museum of the Roman Empire (1927), the Augustan Exhibition of Romanità (1937-38) and the example of the Galliae.

The idea of ancient Rome and Romanità (‘Roman-ness’) can be considered as an example of «the invention of tradition» (Hobsbawm, Ranger 1983). This idea – elevated to the rank of myth – interpenetrates processes of the creation of national identities and legitimates political choices and authorities across Europe. One example relevant to Italy is the Fascist interpretation of this myth, with its corollary concepts of «primacy», of «continuity», of «imperial mission» (Canfora 1976). A material witness of this myth can be found in the Museum of the Roman Empire that, following the examples of the Römisch Germanisches Zentralmuseum of Mainz and the Musée des antiquités nationales de Saint-Germain-enLaye, provided a stable exhibition venue for the collections of plaster models from the Archaeological Exhibition of 1911. These collections in turn became an instrument to support Fascist ideology, in full compliance with the concept of «imperial mission», as shown by the case of the Galliae in the Augustan Exhibition of Romanità of 1937-1938.

Nicolò Panaino

Quale capitale per il fascismo? L’immagine di Roma e la ‘selvaggia’ provincia

L’articolo si pone l’obiettivo di riflettere sull’elaborazione dell’immaginario riguardante la città di Roma da parte del fascismo di provincia. Focalizzando l’attenzione sulla prima metà degli anni Venti e privilegiando il contesto bolognese, l’autore prende in considerazione la produzione culturale di un giornalista fascista, Giorgio Pini (1899-1987), che durante il regime rivestì incarichi di responsabilità in organi di stampa fascisti e fascistizzati. Attraverso la valorizzazione di fonti a stampa e degli scambi epistolari intercorsi tra Pini ed esponenti vicini a periodici come Il Selvaggio di Colle Val d’Elsa, l’articolo intende mostrare come la rappresentazione della capitale del Regno subisse delle oscillazioni rilevanti – da città in cui si annidavano i mali della ‘vecchia’ Italia a faro di una nuova civiltà –, cambiamenti connessi sia alla volontà del fascismo periferico di conservare ampi margini di autonomia rispetto al governo, sia al proposito delle gerarchie locali di difendere gli orientamenti intransigenti di fronte alle tendenze normalizzatrici presenti nel Partito Nazionale Fascista.

Which capital for Fascism? The image of Rome and the ‘savage’ periphery

The article reflects on the elaboration of imagery of the city of Rome on the part of provincial Fascism. Focusing on the first half of the 1920s and privileging the Bolognese context, the author considers the cultural production of the Fascist journalist Giorgio Pini (1899-1987), who held positions of responsibility in the Fascist and sympathetic press during the regime. Through the investigation of printed sources and correspondence between Pini and party members close to such periodicals as Il Selvaggio (Colle Val d’Elsa), the article demonstrates that the portrayal of the capital of the Kingdom underwent notable fluctuations, ranging from a city where the evils of ‘old’ Italy lurked to a beacon of a new civilization. These changes were connected both to the desire of provincial Fascism to preserve wide margins of autonomy with respect to government, and to the intent of the local hierarchies to defend intransigency in the face of normalizing tendencies in the National Fascist Party.

Alison Locke Perchuk

Roma oltreoceano: architettura classica e medievale romana a Los Angeles fra le due guerre mondiali

Quest’articolo esamina, da una prospettiva di histoire croisée, due episodi della storia architettonica di Los Angeles, uno di ispirazione classica e uno medievale, utilizzando come lenti primarie due concetti propri della storiografia italiana: la dicotomia tra la nazione, con il suo stile architettonico neoclassico, e le ‘piccole patrie’, luoghi della rievocazione architettonica del medioevo, e le molteplici sfaccetature del medioevo nella concezione moderna. Usufruendo degli archivi storici, esso indaga in modo parallelo due progetti: St. Andrew’s in Pasadena (1927), che trasporta dalle sponde del Tevere all’Arroyo Seco l’esterno di Santa Maria in Cosmedin e l’interno di Santa Sabina, e il Los Angeles Memorial Coliseum (1923), che trae le sue forme dagli stadi e dai circhi romani. I due monumenti sono in dialogo non soltanto col passato di Roma, ma anche col presente della Città Eterna fra le due guerre, dove Antonio Muñoz stava adeguando le chiese medievali alle esigenze del Governatorato e dove Enrico Del Debbio ricostruiva idealmente i grandi edifici sportivi di Roma antica erigendo il Foro Mussolini (1932).

Rome beyond the sea: classical and medieval Roman architecture in interwar Los Angeles

This article examines from a perspective of histoire croisée two episodes in the interwar architectural history of Los Angeles, one of Classical inspiration and one of medieval, using as its primary lenses two concepts originating in Italian historiography: the dichotomy between the nation, with its neoclassical architectural style, and the ‘piccole patrie’, sites of medieval architectural recreations, and the multiplicity of the Middle Ages in modern conception. Drawing on archival documentation, it investigates in a parallel manner two projects: St. Andrew’s in Pasadena (1927), which transports from the banks of the Tiber to the Arroyo Seco the exterior of Santa Maria in Cosmedin and the interior of Santa Sabina, and the Los Angeles Memorial Coliseum (1923), which takes its forms from Roman stadiums and circuses. The two monuments are in dialogue not only with Rome’s past, but also with the Eternal City’s interwar present, where Antonio Muñoz was modifying medieval churches to meet the interests of the Governatorato and where Enrico Del Debbio was recreating in idealized manner the great sporting establishments of ancient Rome through the erection of the Foro Mussolini (1932).

Roberto Colozza

L’A.S. Roma e il mito di Roma. Calcio, politica e società sotto il fascismo

La storia del calcio a Roma è un tema negletto ma centrale nella costruzione del mito di Roma nel Novecento, giacché rappresenta un veicolo identitario fortissimo e un formidabile repertorio di simboli. Ne è prova il successo politico e socioculturale dell’Associazione Sportiva Roma, sorta nel 1927 in ambienti dello squadrismo eterodosso che cercavano, attraverso lo sport, di far troneggiare il nome dell’Urbe nel firmamento nazionale d’un English game da italianizzare in fretta. Per i tifosi, invece, la squadra era piuttosto un emblema municipalistico, una federazione operante di tante micro-città unite per raccontare un territorio e la sua gente. L’articolo mira a ricostruire il ruolo dell’A.S. Roma nell’alimentare il mito di Roma e l’orgoglio localistico, basandosi su un’eterogenea gamma di fonti, dal cinema alla canzone, dalla stampa al vessillo da stadio.

A.S. Roma and the myth of Rome. Football, politics and society under Fascism

The history of football in Rome is a neglected topic, yet the sport was central to the development of the myth of Rome in the 20th century, offering both a highly effective vehicle for urban identity and a rich symbolic repertoire. This is proven by the political and sociocultural success of the football team A.S. Roma, which was born in 1927 in a Fascist milieu. The club’s founders aimed to place Rome at the apex of the national hierarchy of an ‘English game’ that urgently needed Italianization. For supporters, by contrast, the newborn team was mainly a municipal emblem, a federation that would unite Rome’s different communities to tell a new story of the territory and its inhabitants. This essay seeks to reconstruct A.S. Roma’s role in nourishing the myth of Rome and local pride through an examination of sources ranging from movies and songs to press coverage and team banners.

Cristiana Antonelli

Ripensare l’arte a Roma negli anni di guerra: la vicenda della Libera Associazione Arti Figurative (1944-1945)

Dalla primavera del 1944, nella Roma ancora occupata dalle forze nazifasciste, alcuni artisti iniziarono a riunirsi clandestinamente per elaborare una riorganizzazione sindacale e una ripresa dell’arte dopo la caduta del regime mussoliniano. In questo contesto nacque la Libera Associazione Arti Figurative, che coinvolse oltre settanta tra pittori e scultori. Il presidente Gino Severini, maestro delle avanguardie storiche di inizio secolo, aveva una visione moderna e sostenitrice di un serio rinnovamento dell’arte e dell’autonomia intellettuale degli artisti all’interno della società. Nei fatti, la sua prospettiva apolitica non era però condivisa da tutti e si vennero a creare fin da subito due schieramenti. L’insuccesso della prima e unica mostra del gruppo, allestita nel gennaio 1945 presso la Galleria San Marco, confermò l’impossibilità di raggiungere una vera conciliazione interna e, di lì a poche settimane, l’associazione si sciolse. Questa breve ma intensa vicenda – ricostruita grazie alla memorialistica e a inedita documentazione d’archivio – testimoniò il desiderio di tornare a fare di Roma un centro culturale moderno e di primo piano dopo il Ventennio fascista. Da un lato, essa rappresentò l’abbozzo di quei raggruppamenti che avrebbero dominato il panorama artistico del secondo dopoguerra italiano; dall’altro, dalle sue ceneri nacquero altre iniziative che avevano come ambizione la sprovincializzazione della cultura nazionale.

Rethinking art in wartime Rome: the case of the Libera Associazione Art Figurative (1944-1945)

In the spring of 1944, in a Rome still occupied by Nazi-Fascist forces, some artists began to meet clandestinely in order to plan a reorganization of their trade union and a revival of the visual arts after the fall of Mussolini’s regime. In this context, more than seventy painters and sculptors founded the Libera Associazione Arti Figurative. Its president, Gino Severini, was a master of the early 20th-century avant-garde and put forth a modern vision that advocated for a thorough renewal of the arts and for the intellectual autonomy of artists within society. His apolitical perspective was not shared by all members and the Associazione immediately split into two opposing factions. The failure of the first and only exhibition organized by the group, held in January 1945 at the Galleria San Marco, confirmed the impossibility of reaching an internal reconciliation, and after only a few weeks the association was dissolved. This brief but intense experiment – reconstructed through memoirs and unpublished archival documentation – testified to a desire to transform post-Fascist Rome into a leading modern cultural center. On one hand, it represented the early formation of those groups that would come to dominate the Italian postwar art scene; on the other hand, out of its ashes emerged other initiatives that similarly sought to de-provincialize Italy’s national culture.

Maria Stella Di Trapani

La dea Roma nel Ventennio: fortuna iconografica di un’immagine fra tradizione classica e modernismo a Roma, Tripoli, Parigi e New York

Il saggio affronta la ricorrenza della figura iconografica della dea Roma – scelta per rappresentare non soltanto la capitale ma l’intera nazione – durante il Ventennio fascista, considerando l’ambito della storia delle esposizioni e adottando la chiave di lettura del rapporto arti-architettura. L’analisi si concentra su alcuni episodi peculiari individuati sia in Italia sia all’estero, che evidenziano il valore simbolico del ricorso alla figura rispetto all’affermazione della continuità ideale con l’impero romano. Tra i casi si distinguono quelli relativi a Roma – la scultura di Zanelli per l’Altare della Patria e le raffigurazioni della dea all’interno di due edifici progettati per l’E42 da Minnucci e da Libera –, i padiglioni italiani concepiti per le esposizioni parigine del 1925 e del 1931 da Brasini e quelli che richiamano più apertamente il modello romano del Campidoglio, ai quali è riservata particolare attenzione. Si tratta delle sculture poste a completamento del Padiglione della Fiera di Tripoli, progettato da Alessandro Limongelli nel 1929, e del Padiglione Italia, concepito dieci anni dopo da Michele Busiri Vici per l’Esposizione di New York, che esprimono pienamente l’ispirazione alla classicità e le istanze di modernità. L’approfondimento del caso tripolino consente, inoltre, di ricostruire formazione, rapporti e produzione dei professionisti coinvolti, ossia del già citato Limongelli e soprattutto di Amleto Cataldi, scultore attualmente trascurato dalla critica.

The goddess Roma during the Ventennio: the iconographic fortune of an image between the classical tradition and modernism in Rome, Tripoli, Paris and New York

The essay addresses the recurrence of the iconographic figure of the goddess Rome – chosen to represent not only the capital but the entire nation – during the twenty years of Fascism, using examples from the history of exhibitions and adopting as a heuristic the relationship between arts and architecture. Analysis focuses on some curious episodes in Italy and abroad, which together highlight the figure’s symbolic value in terms of affirming an idealized continuity with the Roman Empire. Among the most interesting cases are those connected to Rome – Zanelli’s sculpture for the Altare della Patria, the depictions of the goddess in buildings designed for E42 by Minnucci and Libera –, the Italian pavilions conceived by Brasini for the Parisian exhibitions of 1925 and 1931 and examples that openly recall the Roman model of the Campidoglio, to which particular attention is paid. These are the sculptures that completed the Pavilion of the Tripoli Fair, designed in 1929 by Alessandro Limongelli, and the Italian Pavilion conceived ten years later by Michele Busiri Vici for the New York Exposition, which fully express their classical inspiration and the demands of modernity. An in-depth study of the Tripoli pavilion also allows us to reconstruct the training, relationships and artistic production of the professionals involved, namely Limongelli and above all Amleto Cataldi, a sculptor currently overlooked by scholarship.

Mario Cuxac

Les logiques de l’epuration fasciste des journalistes, le cas romain, 1927-1930

La stampa fu una delle armi principali del regime fascista per costruire e mantenere il consenso, e in questo contesto il controllo dei giornalisti, che passò anche attraverso un periodo di purificazione professionale, fu fondamentale. Se da un lato la volontà di punire ed epurare professionalmente alcuni dei giornalisti più coinvolti nella campagna ‘quartarellista’ rappresentava un parametro importante, dall’altro la necessità di poter contare su una professione controllata e coinvolta nella missione di ‘educazione politica’ degli Italiani era altrettanto cruciale. Questa dualità si riflette nelle misure adottate dal regime contro la stampa, tra repressione, controllo e tentativi di seduzione. Questo articolo esplora alcune delle problematiche iniziali, le esitazioni e le opinioni divergenti espresse durante la purificazione fascista dei giornalisti, prendendo come riferimento il caso romano. Le fonti inedite dell’Archivio della Fondazione Murialdi di Roma, in particolare i verbali del direttorio del Sindacato fascista dei giornalisti romani, la cui iscrizione divenne una tappa quasi indispensabile per poter esercitare, permettono di percepire le dinamiche della purificazione, tra logiche professionali, politiche, ma anche locali, come la concorrenza tra giornali o la solidarietà tra giornalisti, come evidenziato da alcuni dei percorsi presentati nell’articolo.

The logics of the Fascist purge of journalists: the case of Rome, 1927-1930

The press was one of the major tools of the Fascist regime for building and maintaining consensus, and in this context the control of journalists, which included a period of professional expurgation, was crucial. While the desire to punish or expel certain journalists most involved in the ‘Quartarella’ campaign was an important factor, equally determinative was the need to rely on a controlled profession to aid in the mission of the ‘political education’ of the Italian citizenry. This duality is reflected in the measures taken by the regime against the press, between repression, control, and attempts at seduction. This article explores some of the initial questions, hesitations, and divergent opinions during the Fascist purge of journalists, focusing on Rome. Unpublished sources from the archive of the Murialdi Foundation in Rome, in particular the minutes of the board of the Roman Fascist journalists’ union, membership in which became almost indispensable for practicing the profession, allow us to perceive the dynamics of the purge and to trace the professional, political, and local logics, e.g., competition between newspapers or solidarity among journalists, as evidenced by the individual paths presented in the article.

Andrea De Pasquale

Gli archivi e le biblioteche del Regno a Roma tra le due Guerre

La Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele II di Roma e l’Archivio del Regno (ora Archivio centrale dello Stato), massime istituzioni culturali italiane rispettivamente dei settori bibliotecario e archivistico, pur entrambi fondati nel 1875, nel periodo tra le due guerre erano ancora alla ricerca della loro identità. La Biblioteca cercava di assumere il ruolo di vera e propria biblioteca d’Italia, attivando servizi di carattere nazionale, tentando di abbandonare i compiti propri delle biblioteche di pubblica lettura; l’Archivio invece cercava di emanciparsi dall’Archivio di Stato di Roma puntando ad assumere autorevolezza nei confronti degli enti ministeriali, spesso restii a trasferire le loro carte. Tutti e due inoltre lamentavano un bisogno estremo di spazi, tanto che in quegli anni vi furono diversi progetti per individuare edifici in cui poter essere trasferiti oppure aree su cui costruirne di nuovi.

The archives and libraries of the Kingdom of Italy in interwar Rome

Although they had been founded in 1875, the Vittorio Emanuele II National Library of Rome and the Archive of the Kingdom (now the Central State Archive) – the most important Italian cultural institutions in the library and archival sectors respectively – entered the period between the two World Wars still in search of identity. While the Library sought to assume the role of a true national library for Italy by launching services that were national in scope and seeking to abandon those tasks typical of local public libraries, the Archive instead sought to emancipate itself from the State Archive of Rome by attempting to exercise authority over ministerial bodies, which were often reluctant to transfer their papers. Both institutions complained of an extreme need for space, so much so that in those years there were numerous projects to identify existing buildings to which they could be transferred or sites on which to build new ones.

Giulio Vaccaro

Il concetto di Romanità negli studi filologici e letterari realizzati intorno all’Istituto di Studi Romani

Fondato nel 1925, l’Istituto di Studi Romani ebbe un ruolo fondamentale nel progressivo sviluppo di uno dei temi portanti del Ventennio fascista, quello dell’idea e del concetto stesso di Romanità, non limitata agli aspetti archeologici o ai meri recuperi simbolici (come il fascio littorio) quanto piuttosto intesa come un’ininterrotta linea di continuità tra la prima Roma (che si incarnava soprattutto nella Roma imperiale) e la terza Roma che si voleva si stesse per aprire in quel momento a un nuovo impero. Nell’articolo si analizza come questo concetto divenga centrale anche nell’approccio filologico e linguistico, in particolare nel mostrare la continuità ideologica, genetica e spaziale tra latino e italiano: la questione della ‘lingua di Roma’ (titolo di un volume di Giacomo Devoto) diviene così un tutt’uno con la questione dell’asse linguistico Roma-Firenze che nasce proprio in quegli anni.

The concept of Romanità in the philological and literary studies of the Istituto di Studi Romani 

Founded in 1925, the Istituto di Studi Romani played a fundamental role in the progressive development of one of the leading themes of the Fascist Ventennio: the idea and concept of Romanità (‘Roman-ness’). Romanità was not limited to archaeological aspects or merely symbolic reclamations (such as the fasces once carried by Roman lictors) but rather was understood as an unbroken line of continuity between the first Rome (embodied above all in imperial Rome) and the third Rome that was supposedly on the verge of opening onto a new empire. The paper analyzes how this concept became similarly central to philological and linguistic studies, underpinning a series of works arguing for ideological, genetic and spatial continuity between Latin and Italian: the question of the ‘language of Rome’ (La lingua di Roma was the title of a volume by Giacomo Devoto) thus became one with the question of the Rome-Florence linguistic axis that emerged during those years.

Laura Gigli

LAUS EST MATERIA OPTUMI POETAE / SIC VITAE CUPIDUS GERAT CANENDA. Il monumento a Meliaduce Cicala nella Chiesa di San Giovanni Battista dei Genovesi

Lo studio esamina il programma culturale di Meliaduce Cicala (1430-1481), fondatore dell’Ospedale di San Giovanni Battista dei Genovesi, fissato nel suo monumento funebre, e lo stringente nesso della sua primitiva collocazione con l’originaria struttura architettonica della chiesa trasteverina. Le figurazioni della decorazione commettono tra loro le varie parti dell’opera con precisi accorgimenti formali e l’iconografia, specie nel caso delle figure santorali, è in linea con le istanze più avanzate della cultura del tempo. Lo spostamento del monumento, a seguito del restauro della chiesa di San Giovanni Battista dei genovesi del 1864, sulla parete di NE dell’edificio, ne ha reso più problematica la lettura, che invece nella sua originaria posizione (sul lato opposto) riverberava correttamente la simbologia adombrata dal Battista, dall’Evangelista e dallo stesso defunto rivolto, al pari dell’apostolo, alla luce del nuovo giorno, come nei monumenti funebri etruschi, nell’attesa del risveglio. Il distico commemorativo del Cicala pone a specchio, l’uno di fronte all’altro, l’ignoto poeta e lo stesso Meliaduce, la cui opera ha consentito la realizzazione di «cose da celebrare» che ne perpetuano l’esistenza tra i vivi e ne tramandano in modo imperituro la memoria. La formalizzazione dei contenuti espressi nel monumento è da riferire ad Andrea Bregno – ideatore di questa tipologia architettonica – e alla sua bottega, che includeva gli scultori più prestigiosi del tempo presenti a Roma.

LAUS EST MATERIA OPTUMI POETAE / SIC VITAE CUPIDUS GERAT CANENDA. The monument to Meliaduce Cicala in the Church of San Giovanni Battista dei Genovesi

The study examines the cultural program of Meliaduce Cicala (1430-1481), founder of the Hospital of San Giovanni Battista dei Genovesi, embedded in his funerary monument, and the intimate connection between its initial location and the original architectural structure of the Trastevere church. Precise formal alignments between the figural elements of the decoration once united the monument’s various components, while the iconography, especially that of the sacred figures, was in line with the most advanced cultural demands of the time. The relocation of the monument following the church’s 1864 restoration to a position on the northeast wall of the building disrupts our understanding of its meaning, for its original position on the opposite wall permitted the symbolism prefigured by the Baptist and the Evangelist to reverberate to the deceased himself who turned like the apostles toward the light of the new day, while also, as in Etruscan funerary monuments, awaiting reawakening. Cicala’s commemorative couplet places, in mirror reflection, the unknown poet and Meliaduce, whose work allowed the creation of «things to celebrate» that perpetuate his existence among the living and transmit his memory eternally. The rendering into visual form of the ideas expressed in the monument is to be ascribed to Andrea Bregno – creator of this architectural typology – and his workshop, which included the most prestigious sculptors then active in Rome.

Roberto Carocci

La lunga contesa. Il mondo del lavoro capitolino e l’ascesa del fascismo.

L’articolo indaga la lunga contesa intercorsa nel primo dopoguerra tra il nascente movimento fascista e l’associazionismo operaio romano che, a causa delle difficili condizioni materiali della popolazione, ebbe un rapido sviluppo, contraddistinto da una robusta ripresa della conflittualità sociale con diffuse accentuazioni radicali e dalla larga affermazione elettorale del Partito socialista. Con l’aggravarsi della guerra civile nel resto d’Italia, segnatamente con l’attentato al teatro Diana di Milano nel marzo del 1921, si verificò uno spostamento nell’opinione pubblica in favore delle componenti reazionarie, fino ad accettare – se non a sostenere, come nel caso di una parte della stampa cittadina – le azioni delle camicie nere contro il “pericolo rosso”. Tra un sempre più marcato utilizzo della violenza e un’insistente ritualità, il fascismo trovò una sua pur lenta strada di affermazione, tuttavia frenata dalla capacità di resistenza delle classi subalterne cittadine che si concretizzò nella nascita di organismi unitari di difesa. Momento culminante del confronto tra associazionismo operaio e il movimento di Mussolini si verificò in occasione del congresso di fondazione del Partito nazionale fascista. Il fascismo riuscì a conquistare la città solo nell’ottobre del 1922, potendo da quel momento fare affidamento anche sugli apparati repressivi dello Stato, tuttavia faticò lungamente a penetrare tra i lavoratori romani e una parte consistente della cittadinanza.

 

The long dispute. The Capitoline labor movement and the rise of fascism

The article examines the long-standing dispute between the emerging fascist movement and the Roman workers’ association during the early post-war period. Due to the challenging material conditions faced by the population, the workers’ association experienced rapid growth, characterised by a resurgence of social conflict with widespread radical tendencies and the significant electoral success of the Socialist Party. As the civil war escalated in the rest of Italy, particularly following the attack on the Diana Theatre in Milan in March 1921, public opinion shifted in favour of the reactionary elements. Some sections of the city press even supported the actions of the black shirts against the ‘red danger’. Amid an increasingly pronounced use of violence and insistent ritualism, fascism slowly gained affirmation; however, it was held back by the resistance of the city’s subaltern classes, which manifested in the formation of unified defence organisations. The culminating moment of the confrontation between labour associationism and Mussolini’s movement occurred at the founding congress of the National Fascist Party. Fascism only conquered the city in October 1922, from which point it was able to rely on the state’s repressive apparatuses. However, it struggled for a long time to gain a foothold among Roman workers and a considerable proportion of the population.

Lidia Piccioni

Ceti sociali, spazi urbani e rapporto con il regime a Roma tra le due guerre: primi elementi di sintesi

Il saggio intende ripercorrere i principali studi sulla storia di Roma tra le due guerre mondiali mettendo in evidenza le analisi che privilegiano una lettura delle trasformazioni della sua società in rapporto con le trasformazioni dello spazio urbano. Particolare attenzione è dedicata al tema delle nuove periferie e dei diversi ceti che le abitano, dalla “Roma borghese” dei dipendenti pubblici e delle classi dirigenti del regime, fino alle borgate ufficiali volute dal regime stesso tutto intorno alla città e destinate alle fasce più marginali; dove forma e struttura dell’abitare divengono specchio delle diverse condizioni di status della popolazione ma anche osservatorio privilegiato del rapporto tra questa e il fascismo. Il quadro storiografico che ne emerge – a lungo limitato ma in via di arricchimento – racconta dunque di una città segnata da crescenti polarizzazioni sociali. E di un progetto del fascismo per la sua capitale che le rinforza e pianifica nel quadro di una politica del “consenso” articolata. Di un paesaggio urbano da un lato monumentalizzato e modernizzato, dall’altro sempre più diviso, la cui osservazione consente un confronto tra progettazione “dall’alto” e ricezione “dal basso”. E che alla fine sarà ulteriormente evidenziato e messo alla prova dall’e- mergenza estrema della guerra.

Social classes, urban spaces, and the relationship with the Fascist Regime in Rome between the wars: preliminary elements of synthesis

This essay revisits key studies on the history of Rome between the two World Wars, focusing on analyses that interpret the transformations of Roman society in relation to changes in urban spaces. Particular focus is given to the subject of the new suburbs and the diverse social groups that inhabit them, ranging from the upper-class Roma and public employees to the ruling classes of the Fascist regime, and the working-class settlements (borgate) established by the regime around the city for the most marginalised members of society. The form and structure of the housing in these spaces reflects the different social statuses of the population, and also serves as a privileged vantage point from which to examine the relationship between society and Fascism. The resulting historiographical picture, which was once limited but is now becoming increasingly enriched, por- trays a city characterised by growing social polarisation and a Fascist project for its capital that reinforced and planned these divisions as part of a complex policy of ‘consensus’. This was a cityscape that, on the one hand, was monumentalised and modernised, and, on the other, was increasingly divided. Observing this enables a comparison to be made between top-down planning and bottom-up reception. Ultimately, this landscape would be further highlighted and put to the test by the severe crisis of war.

Francesca Romana Stabile

Il ruolo dell’Istituto per le Case Popolari in Roma, 1918-1938: una città nella città

Il contributo vuole approfondire il ruolo che ha avuto l’Istituto per le Case Popolari in Roma (ICP) nello sviluppo della città negli anni Venti e Trenta del Novecento. L’ICP, che venne istituito nel 1904 grazie alla legge Luzzatti (31 maggio 1903, n. 254), dopo la prima guerra mondiale avvia una serie di programmi edilizi che portarono a definire un nuovo assetto della città attraverso la realizzazione di progetti di case popolari, economiche, case rapide e a riscatto. L’Ente, presieduto da Alberto Calza Bini (1923-1943), figura autorevole della cultura architettonica italiana, grazie alle capacità gestionali e tecniche dal suo direttore generale, Innocenzo Costantini (1914-1946), si proponeva di intervenire in modo complesso sulla questione abitativa contribuendo in maniera significativa alla sperimentazione tipologica sulla casa popolare, con progetti a carattere estensivo, semintensivo e intensivo. La capacità di qualificare a livello compositivo l’architettura e la scena urbana si legava al prioritario impegno di ricoverare diverse fasce di inquilini, e portò a realizzare nel corso degli anni soluzioni edilizie differenti: dai villini alle case a schiera, dai fabbricati a corte alle palazzine, fino alla costruzione, negli anni Trenta, delle borgate. Tale panorama documenta una costante attenzione al tema dell’edilizia sociale e testimonia l’evolversi di una progettazione at- tenta alle dinamiche urbane, architettoniche e sociali della Roma del Novecento.

The role of the Social Housing Institute in Rome, 1918-1938: A city within a city

This paper examines the role of the Istituto per le Case Popolari di Roma (ICP) in Rome’s development during the 1920s and 1930s. Established in 1904 under the Luzzatti Law (31 May 1903, no. 254), the ICP subsequently initiated a series of housing construction programmes following the First World War. These plans resulted in the creation of a new city layout characterised by social housing projects. Under the leadership of General Directors Innocenzo Costantini (1914–1946) and the influential figure in Italian architectural culture Alberto Calza Bini (1923–1943), the organisation aimed to address the housing issue comprehensively. This resulted in significant contributions to the experimentation of social housing typologies, including extensive, semi-intensive and intensive projects. The ability to influence the aesthetic of architecture and the urban landscape was closely linked to the commitment to providing housing for various tenant groups, leading to the development of diverse building solutions: from modest villas and terraced houses to courtyard buildings and apartment blocks. This ultimately resulted in the creation of the ‘borgate’ (suburbs) in the 1930s. This demonstrates a consistent focus on social housing and the evolution of designs that consider the urban, architectural, and social dynamics of 20th-century Rome.

Constance Ringon

Renouvellement de l’architecture durant le Ventennio: débats entre tradition et modernité, 1919-1934

All’indomani della prima guerra mondiale, l’architettura italiana conosce un profondo sconvolgimento, divisa tra tradizione e modernità nel contesto del regime fascista. Mentre i giovani architetti si ispirano al movimento moderno europeo, si apre un dibattito sulla legittimità di questo orientamento, in particolare intorno alle esposizioni del 1928 e del 1931 del MIAR (Movimento Italiano per l’Architettura Razionale). Questi eventi, inizialmente di natura professionale, di- ventano rapidamente politici, contrapponendo diverse correnti: alcune favorevoli a un’architettura funzionale, spogliata da ogni ornamento e radicata nella modernità, altre invece sostenitrici di uno stile classico, legato alla romanità. Il caso emblematico della Casa Littoria, progettata nel cuore della Roma antica, suscita accese polemiche in Parlamento, dove alcuni vedono nell’architettura moderna una minaccia all’identità nazionale. Tuttavia, figure come il senatore Grazioli e Vittorio Mussolini si esprimono in favore dei giovani architetti razionalisti, portando a un riconoscimento del movimento. Questo episodio evidenzia una forma di ibridazione tra modernità architettonica e ideologia fascista, sebbene persistano tensioni interne. Lo studio analizza l’evoluzione di questi dibattiti e sottolinea il ruolo centrale della ricezione critica nella definizione delle forme architettoniche del Novecento.

Renewal of architecture during the Ventennio: debates between tradi- tion and modernity, 1919-1934

Following the First World War, Italian architecture underwent a profound transformation, torn between tradition and modernity in the context of the Fascist regime. While young architects drew inspiration from the European modernist movement, the legitimacy of this approach was debated, particularly in relation to the 1928 and 1931 exhibitions organised by the MIAR (Movimento Italiano per l’Architettura Razionale). Initially professional events, these exhibitions quickly took on a political dimension, pitting various factions against each other. Some advocated for a functional architecture stripped of ornament and rooted in modernity, while others defended a classical style linked to Roman heritage. The Casa Littoria project, planned in the heart of ancient Rome, sparked heated controversy in parliament, with some viewing modern architecture as a threat to national identity. However, figures such as Senator Grazioli and Vittorio Mussolini voiced support for the young rationalist architects, leading to partial institutional recognition of the movement. This episode highlights the hybridisation of architectural modernity and Fascist ideology, despite internal tensions persisting. This study analyses the evolution of these debates, emphasising the central role of critical reception in shaping 20th-century architectural forms.

Maria Grazia D’Amelio – Lorenzo Grieco

Roma 1932: la città reale e la città celebrata attraverso la narrazione fascista dei lavori pubblici

Nel 1932, il decennale della marcia su Roma è abilmente orchestrato per veicolare una narrazione orientata delle opere pubbliche realizzate dal regime. Attraverso un’analisi critica dei diversi media – film, fotografie, cerimonie, ma soprattutto delle pubblicazioni ufficiali – questo studio indaga i meccanismi della propaganda fascista, che trasforma infrastrutture e cantieri in emblemi di una grandezza nazionale idealizzata e mitizzata. Particolare rilievo assume Roma, capitale sublimata e fulcro del progetto politico mussoliniano. La città si configura come un palcoscenico ideologico in cui interventi urbanistici, spesso contraddittori e selettivi, sono elevati a simboli di potenza. Le pubblicazioni celebrative non si limitano a documentare i risultati, ma confezionano un’immagine fortemente idealizzata e artificiosa della capitale, presentata come avveniristica e coerente con la narrazione di potenza e continuità storica del regime. Tra le strategie propagandistiche emerge anche un evidente impossessamento simbolico di opere avviate sotto governi precedenti, rivendicate e “fascistizzate” nonostante la pretesa discontinuità con il passato “parlamentarista”. L’obiettivo dello studio è decostruire questa retorica ufficiale, rivelando le strategie di rappresentazione e le dissonanze tra la città “narrata” e la realtà concreta delle opere pubbliche.

 

Rome 1932: The real city and the celebrated city through the Fascist narrative of public works

In 1932, the tenth anniversary of the March on Rome was orchestrated to present the regime’s public works in a specific narrative. This study critically analyses various media, such as films, photographs and ceremonies, but especially official publications, to investigate the mechanisms of Fascist propaganda. This propaganda transformed infrastructures and construction sites into emblems of an idealised and mythologised national grandeur. Particular emphasis is placed on Rome, the idealised capital and core of Mussolini’s political project. The city is presented as an ideological stage on which urban interventions, which are often contradictory and selective, are elevated to the status of symbols of power. Rather than merely documenting achievements, the celebratory publications fabricate an idealised and contrived image of the capital, portraying it as futuristic and consistent with the regime’s narrative of power and historical continuity. One of the propaganda strategies is the clear symbolic appropriation of projects begun under previous governments, which are claimed and ‘Fascistised’ despite the purported break with the ‘parliamentary’ past. The study aims to deconstruct this official rhetoric, revealing the representational strategies employed and the dissonance between the ‘narrated’ city and the reality of public works on the ground.

Ilaria Bruni

Il contributo dell’Istituto di Studi Romani alla definizione della nuova “Roma Imperiale” tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento: collane e materiali d’archivio

Il contributo analizza il ruolo dell’Istituto di Studi Romani nella definizione del concetto di “Roma Imperiale” promosso dal regime fascista tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Fondato nel 1925 da Carlo Galassi Paluzzi, l’Istituto, testimone della trasformazione urbanistica di Roma da capitale amministrativa a simbolo del nuovo Impero, contribuì alla divulgazione e alla propaganda del mito della nuova romanità con corsi, conferenze e pubblicazioni, tra cui le collane “Volumi della Roma di Mussolini” e i “Quaderni della Roma di Mussolini”. Gli argomenti spaziano dai problemi dell’archeologia alle scelte urbanistiche, dalle scienze fisiche e biologiche agli aspetti dell’economia, dai sistemi di protezione delle infrastrutture ai progetti di bonifica. Tra gli autori spiccano i nomi dei più importanti architetti, ingegneri, economisti, storici e archeologi dell’epoca. L’archivio storico dell’Istituto conserva documenti che testimoniano fitte comunicazioni tra l’Istituto stesso e gli studiosi, gli organi politici e le più importanti testate giornalistiche e riviste di settore, del cui ausilio il presidente si avvaleva per comunicare a un più ampio pubblico i risultati dei dibattiti. Dopo la caduta del regime il progetto fu sospeso, ma la produzione editoriale superstite rappresenta una fonte preziosa per comprendere le contraddizioni del periodo e l’impatto delle trasformazioni urbanistiche sul paesaggio contemporaneo.

The Institute of Roman Studies’ contribution to the definition of the new “Imperial Rome” between the 1930s and 1940s: series and archive materials

This paper analyses the role of the Institute of Roman Studies in shaping the concept of ‘Imperial Rome’ as promoted by the Fascist regime during the 1930s and 1940s. Founded in 1925 by Carlo Galassi Paluzzi, the Institute observed Rome’s transformation from an administrative capital into a symbol of the new empire. Through courses, conferences and publications, including the series “Volumi della Roma di Mussolini” and “Quaderni della Roma di Mussolini”, it contributed to the dissemination and propaganda of the myth of the new Romanity. Topics covered include archaeological issues, urban planning, physical and biological sciences, economic aspects, in- frastructure protection systems, and land reclamation projects. The authors included some of the most prominent architects, engineers, economists, historians and archaeologists of the time. The Institute’s historical archives contain documents that demonstrate the extensive communication between the Institute and scholars, political bodies, and the most significant newspapers and trade magazines. The president relied on these entities to disseminate the outcomes of the debates to a broader audience. Following the collapse of the regime, the project was suspended; however, the surviving editorial output remains a valuable resource for understanding the contradictions of the period and the impact of urban transformations on the contemporary landscape.

Massimiliano Ghilardi

«Un omaggio degli studiosi italiani al Duce»: note per una storia redazionale di Roma nel Ventennale

Sul finire del 1936, in previsione delle celebrazioni che si sarebbero dovute tenere nel 1942 per i venti anni della Marcia su Roma, il presidente dell’Istituto di Studi Romani concepì un imponente progetto editoriale, chiamato Roma nel Ventennale, il cui intento, nell’ottica della costruzione di un nuovo mito dell’Urbe, era quello di eternare la monumentalità di Roma nei secoli. Il progetto – approvato da Mussolini, che volle finanziarlo in parte con fondi pubblici – prevedeva la pubblicazione di dieci volumi, presentandosi come la più completa impresa enciclopedica su Roma mai realizzata. L’entrata in guerra dell’Italia e le vicende legate al conflitto mondiale impedirono però che l’opera, posta sotto l’egida dell’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma e con il patrocinio del Governatorato, pur giunta in una avanzata fase redazionale vedesse la luce per i tipi del Poligrafico dello Stato. La storia del progetto Roma nel Ventennale, oltre ad intrecciarsi con la storia politica e culturale dell’Italia degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, si lega alle vicende umane e personali di un dipendente dell’Istituto, Roberto Battaglia, storico dell’arte barocca e specialista di Bernini, che di Roma nel Ventennale era redattore capo e che poi sarebbe diventato il primo storico della resistenza italiana. Battaglia, infatti, come documenti dell’Istituto provano con eloquente drammaticità, udito il crepitio delle mitragliatrici che l’8 settembre del 1943 difendevano Porta San Paolo dagli invasori tedeschi, si unì alle bande partigiane e non fece mai più ritorno in Istituto, lasciando di fatto il lavoro interrotto.

«A tribute from Italian scholars to the Duce»: notes for an editorial history of Roma nel Ventennale

Towards the end of 1936, in anticipation of the 1942 celebrations for the 20th anniversary of the March on Rome, the President of the Institute of Roman Studies initiated an ambitious publishing project called Roma nel Ventennale. The project aimed to create a new myth of the city of Rome by showcasing its monumental nature throughout the centuries. Approved by Mussolini, who intended to partly finance it with public funds, the project envisaged the publication of ten volumes and presented itself as the most complete encyclopaedic work on Rome ever produced. However, Italy’s entry into the war and events linked to the global conflict prevented the work, which was under the aegis of the Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma and under the patronage of the Governatorate, from being published by the Poligrafico dello Stato, despite being in an advanced stage of drafting. The history of the Roma nel Ventennale project is intertwined not only with the political and cultural history of Italy in the 1930s and 1940s, but also with the personal and pro- fessional vicissitudes of the Institute’s employee, Roberto Battaglia. Battaglia was a baroque art historian and Bernini specialist who was editor-in-chief of Roma nel Ventennale, and would later become the first historian of the Italian resistance. Indeed, Institute documents prove that, upon hearing the crack of the machine guns defending Porta San Paolo from the German invaders on 8 September 1943, Battaglia joined the partisan bands and never returned to the Institute, leaving his work unfinished.

Sara Follacchio

Roma all’indomani della Liberazione negli scritti di Natalia e Lea Danesi

Il mio saggio si propone di descrivere Roma nei mesi che precedettero e seguirono la Liberazione dall’occupazione tedesca, attraverso lo sguardo di Natalia e Lea Danesi, figlie della giornalista romana Ester Danesi Traversari. Natalia, che da New York aveva trasmesso programmi radiofonici e notiziari a onde corte destinati all’Italia per conto della NBC, arrivò in città nel giugno del 1944 con il grado di capitano dei Servizi Speciali del Psychological Warfare Branch (PWB) dell’Office of War Information (OWI) e con l’incarico di organizzare un ufficio di lettura e redigere regolari rapporti sui vari periodici pubblicati nella capitale. Lea, che aveva lavorato a Parigi per la Frick Art Reference Library di New York, fece ritorno a Roma poco prima dell’occupazione nazista della capitale france- se. Nella seconda metà del 1944 anche lei iniziò a lavorare per il PWB dell’OWI. Il loro sguardo sulla Città Eterna — rintracciabile sia nei testi pubblicati che nella corrispondenza privata — non solo ne restituisce il profilo segnato dalla guerra, ma si sofferma anche sugli eventi e sui protagonisti della scena artistica e letteraria della capitale. Un panorama culturale a cui le due sorelle assicureranno il loro contributo, attraverso l’agenzia teatrale Danesi Tolnay e il lavoro svolto da Natalia a New York per la casa editrice Mondadori e, successivamente, per la Rizzoli International Publishing Corporation.

Rome in the wake of the Liberation in the writings of Natalia and Lea Danesi

My essay aims to describe Rome in the months preceding and following its liberation from German occupation through the eyes of Natalia and Lea Danesi, the daughters of Roman journalist Ester Da- nesi Traversari. Having broadcast talk programmes and shortwave news to Italy for NBC from New York, Natalia arrived in Rome in June 1944 with the rank of captain in the Special Services of the Psychological Warfare Branch (PWB) of the Office of War Information (OWI). She was tasked with organising a Press Reading Bureau and compiling regular reports on the various periodicals published in the capital. Lea, who had worked in Paris for the Frick Art Reference Library of New York, returned to Rome shortly before the Nazis occupied the French capital. In the second half of 1944, she also started working for the PWB of the OWI. Their perspective on the Eternal City, evident in both their published writings and their private correspondence, offers a portrait of a city shaped by war and insight into the events and key figures of its artistic and literary milieu. The sisters would later contribute directly to this cultural landscape through the establishment of the Danesi Tolnay theatrical agency and Natalia’s work in New York for the Mondadori publishing house and, later, for the Rizzoli International Publishing Corporation.

Lindsay Maldari

Ricordando la Resistenza a Roma: la commemorazione popolare delle Fosse Ardeatine

Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, inaugurato per commemorare il massacro di rappresaglia di 335 partigiani ed ebrei durante l’occupazione nazifascista di Roma, è ampiamente considerato il primo monumento moderno d’Italia, nonché una rottura purificatrice rispetto al Ventennio fascista. Tuttavia, mentre il Mausoleo è stato a lungo celebrato nella storia dell’architettura italiana come simbolo nazionale del sacrificio partigiano e del rinnovamento antifascista, la stessa attenzione critica non è stata dedicata al modo in cui i memoriali popolari – iniziative commemorative promosse da attori extraistituzionali anziché da commissioni patrocinate dallo Stato – hanno contribuito a definire il significato locale del massacro. Il presente studio si concentra su due forme di commemorazione popolare successive all’eccidio delle Fosse Ardeatine: i memoriali temporanei costituiti dai ritratti fotografici delle vittime, collocati dai familiari sul luogo dell’eccidio, e la proliferazione di targhe commemorative erette nei quartieri della Roma del dopoguerra dai partiti politici cui le vittime erano affiliate. Per analizzare e confrontare l’impatto visivo, esperienziale e retorico di questi memoriali, la ricerca esamina congiuntamente i resoconti di storia orale raccolti dallo storico Alessandro Portelli e i filmati d’archivio del documentario partigiano Giorni di gloria (1945), attraverso un approccio metodologico misto derivato dalla storia dell’arte e dagli studi sulla memoria. Questa analisi fa emergere le complesse dinamiche attraverso cui si è venuta a costruire una memoria storica della Resistenza romana, in un momento in cui essa rappresentava ancora un’esperienza vissuta e profondamente traumatica per molti. I memoriali popolari offrono dunque un punto di accesso privilegiato per comprendere come i romani si confrontarono con la costruzione della memoria resistenziale, prima della sua istituzionalizzazione attraverso il Mausoleo.

Remembering the Roman Resistance: Grassroots Commemoration of the Fosse Ardeatine

The Mausoleo delle Fosse Ardeatine, inaugurated to commemorate the retaliatory massacre of 335 partisans and Jews during Rome’s Nazifascist Occupation, is widely considered to be Italy’s first modern monument and purificatory break away from the Fascist Ventennio. But while the Mausoleo delle Fosse Ardeatine has long been exalted in Italian architectural history as a national symbol of partisan sacrifice and antifascist renewal, the same critical attention has not been paid to how grassroots memorials – commemorative initiatives spearheaded by extrainstitutional actors as opposed to State-sponsored commission – articulated the local significance of the massacre. The present study focuses on two types of grassroots commemoration following the Fosse Ardeatine massacre; ephemeral shrines of the victims’ photographic portraits placed by their relatives at the massacre site, and the proliferation of commemorative plaques erected by the victims’ affiliated political parties throughout postwar Rome. To evaluate and compare the visual, experiential, and rhetorical impact and function of these memorials, this study mutually evaluates oral history accounts collected by historian Alessandro Portelli and archival film footage from Luce Cinecittà’s 1945 partisan film Giorni di gloria through a mixed methodological approach derived from art history and reception studies. Such an analysis elicits the complex dynamics of crafting a historical memory of the Roman Resistance out of what was then still a traumatic and lived experience for many. Grassroots memorials are as such a unique access point into how Romans grappled with the early construction of Resistance memory prior to its codification through the Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Gianni Venditti

Le Carte Farnesiane in Archivio Apostolico Vaticano

Il saggio ripercorre le vicende storico-archivistiche di un piccolo fondo, le cosidette “Carte Farnesiane”, conservato dall’Archivio Apostolico Vaticano. Composte quasi esclusivamente da lettere e documenti “sciolti” (in originale e in copia), le “Carte”, oggi rilegate in 22 volumi, giunsero in quello che allora era l’Archivio Segreto Vaticano in più riprese (un primo nucleo nel 1885) e con modalità diverse (donazione, acquisto, ecc.). La documentazione consiste per la gran parte nel carteggio intercorso tra Roma, il cardinal Alessandro Farnese jr e i legati pontifici al Concilio di Trento. L’importanza delle “Farnesiane” – soprattutto degli originali –, non sfuggì all’attenzione dei ricercatori inviati in Vaticano dal Römische Institut der Görres-Gesellschaft (Ehses e Buschbell su tutti), che presero ad indagarle nel 1895 e se ne servirono per il decimo volume del Concilium Tridentinum. Diariorum, actorum, epistularum, tractatuum, pubblicato nel 1916. Le “Carte” rappresentano solo una piccola porzione del grande Archivio Farnesiano, oggi disperso tra Parma, Napoli e, appunto, l’Archivio Apostolico Vaticano.

The “Carte Farnesiane” in the Vatican Apostolic Archive

This essay explores the historical and archival background of a small collection known as the ‘Carte Farnesiane’, which is preserved in the Vatican Apostolic Archive. Consisting almost entirely of letters and loose documents (both original and copied), the ‘Carte’ is now bound into 22 volumes. It arrived at the Vatican Secret Archive (as it was then known) in several batches (the first in 1885) and through various means (donation, purchase, etc.). Most of the documentation consists of correspondence exchanged between Rome, Cardinal Ales- sandro Farnese Jr. and the papal legates at the Council of Trent. The importance of the ‘Farnesiane’ — especially the original documents — did not escape the attention of scholars sent to the Vatican by the Römische Institut der Görres-Gesellschaft (notably Ehses and Busch- bell), who began investigating them in 1895 and used them for the tenth volume of Concilium Tridentinum: Diariorum, actorum, epistularum, tractatuum. Diariorum, actorum, epistularum, tractatuum was published in 1916. The ‘Carte’ represent only a small portion of the vast Farnese Archive, which is now divided between Parma, Naples and, as previously mentioned, the Vatican Apostolic Archive.

Archivio della Società romana di storia patria, 147/I e II

dicembre 2024, pp. 634

Codice: ISBN 9791281369108.0 Catalogo: