80.4 – Enrico Giannichedda

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La cucina come contenitore. Limiti, complessità, associazioni

Enrico Giannichedda

Il contributo affronta tre temi. Il primo discute la cucina come contenitore fisico ma anche come contenitore e incubatrice di saperi. Il secondo, riprendendo lavori ormai classici, affronta la complessità delle pratiche di trasformazione dei cibi sia per i processi ‘elementari’ in gioco (le cotture, in particolare) sia per i tanti possibili modi di “pensarle” e per le difficoltà archeologiche di riconoscerle e relazionarle ad altre attività (dalla conservazione alla mensa alla gestione di spazi e rifiuti). Il terzo tema accenna, in breve, alle associazioni di reperti archeologici, e quindi all’importanza di lavorare su quantificazioni e cronologie.

L’invito rivoltomi da Giulia Previti e dagli organizzatori del convegno, che ringrazio, richiedeva un intervento che avesse un taglio di trasversalità e, almeno così l’ho inteso, di introduzione a tematiche che definirei antropologiche evitando quelle situazioni in cui la ricerca archeologica sembra avvitarsi su sé stessa e non guardare oltre strati, strutture, reperti. Nei limiti delle mie capacità, tenterò di andare in questa direzione. Concretamente – perché l’antropologia non è filosofia – e guardando alla cucina, alla mensa, alle ceramiche e all’alimentazione intese come una delle più significative esperienze dei Sapiens. Esperienze, individuali e collettive, che, come sappiamo, più di altre sono ben ricostruibili dal record archeologico e sono correlabili a diverse importanti questioni: la gestione del territorio, da un lato; la gestione dei rapporti sociali dall’altro. E sapendo che, quando l’alimentazione non è ridotta a mera pratica di sopravvivenza, gestione del territorio e dei rapporti sociali significano economia, domestica e globale. A tutti è del resto ben noto quanto passaggi epocali, dalla neolitizzazione all’urbanesimo al colonialismo e perfino l’industrializzazione, abbiano avuto a che fare, e spesso siano stati spiegati, anche in relazione con lo sfruttamento di risorse edibili, il loro stoccaggio a breve e lungo termine, la possibilità di farle proprie in modi diversi (dal saccheggio, all’imposizione di tasse al commercio).

Anche per ragioni di tempi e spazi, procederò non accennando in alcun modo alle tantissime ed estremamente eterogenee situazioni che sappiamo essersi avute nel corso dei secoli.  E neppure discuterò la storia degli studi, su temi comunque non nuovi, né al come gli stessi, per la loro attrattività, sono spesso usati nella divulgazione e musealizzazione. Al proposito, mi limito a citare l’uso, che direi promozionale, della famosa “pizza” che secondo gli scopritori sarebbe raffigurata in un affresco pompeiano, benché sia a tutti noto che il pomodoro non poteva essere fra gli ingredienti in uso all’epoca, e nonostante autorevoli studiosi vedano nella stessa figura ‘soltanto’ un piattino tondo con al di sopra vari cibi di incerta identificazione. Il cibo piace e trattarne, con le più svariate finalità e forzature, è, evidentemente, oggi una moda fra le tante.

Il titolo che inizialmente avevo scelto per la presente comunicazione, La cucina come contenitore, per quanto mesi fa mi suonasse efficace ho deciso di chiarirlo integrandolo con il sottotitolo limiti, complessità e associazioni a segnalare le tre parti del contributo. Etnografia, etnoarcheologia e archeologia sperimentale, per quanto non menzionate come forse si dovrebbe, saranno compagne di strada e, per scelta, la bibliografia è limitata ai testi a cui si fa specifico riferimento. In generale ho, difatti, preferito indicare quelli che ritengo grandi classici perché le questioni che porrò non sono nuove anche se, paradossalmente, non sempre vengono affrontate.

Miscellanea della Società romana di storia patria, 80
luglio 2025, pp. 17

Codice: ISBN 9791281369153.5 Catalogo: